L’ultima lettera

prison-553836_1920
Caro fratello,
ti scrivo adesso, 
9.40 del mattino. Ti scrivo per dirti soltanto che mi dispiace per tutto. Io qui sto impazzendo. Non ce la faccio più. Ma vabè, me la so’ cercata. Mo il giudice mi ha ridato la rems, ma ‘sta botta solo sei mesi. No, non ce la faccio. Sono stanco. Tu non puoi capire. Tu, sì, è vero, c’hai qua la ragazza affianco. Però te ce l’hai. Io sono stato abbandonato dall’unica ragazza che amavo. 
Veramente ora sono stanco di mangiare, di fare qualunque cosa, di scappare. Basta.
Se io me ne vado via per sempre, penso che voi non sentirete la mia mancanza.  
Voglio andarmene per sempre. 
Quindi ora ti lascio con la penna, ma non con il cuore. 
Ciao fratellone mio, ci rincontreremo. 
                                                                                                                                          Valerio

Sezione 2, cella 67
In punta di piedi. È così che si entra nella cella di Valerio, nella vita di Valerio. Giovane e stanco. Valerio, 22 anni, detenuto del carcere romano di Regina Coeli, ha lasciato poche righe al fratello e, qualche giorno dopo, il 24 febbraio, si è tolto la vita. La storia di Valerio è fatta di dolore e ingiustizia, come le tante che costellano l’universo del carcere. Dietro le parole sgrammaticate e dure, un dolore cupo. La grafia sgraziata, quel maiuscolo sbilenco ci consegnano il ritratto di un ragazzo fragile. Ce ne accorgiamo il giorno dopo, col solito puntuale senno del poi. E ce ne accorgiamo soltanto grazie al coraggio grande, immenso che solo una madre può avere. Una madre che ha impedito che Valerio morisse due volte con la sua storia consegnata all’oblio. Una madre che, raccolti i rimasugli di forze, consegna l’ultima lettera del figlio ad Antigone, l’associazione da sempre in prima linea per i diritti dei detenuti. Perché tutti sappiano, perché tutti conoscano Valerio e la sua storia odiosa.

Valerio da settembre dell’anno scorso si trovava a Ceccano (Frosinone) in una Rems, acronimo di Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Le strutture, nate alla fine del marzo del 2015 in sostituzione degli Ospedali psichiatrici giudiziari, sono gestite territorialmente dai Dipartimenti di salute mentale che hanno il compito di garantire assistenza e programmi terapeutici adeguati agli ospiti, soggetti con patologie mentali. Valerio era uno di loro. Ciò nonostante a Regina Coeli ci finisce perché per due volte si è allontanato dalla struttura e, quando viene ritrovato dai carabinieri, il magistrato decide per lui la custodia cautelare in carcere.

Valerio soffre di problemi psichiatrici e in carcere non ci dovrebbe finire. Le poche righe trasudano sofferenza e annunciano la tragedia, a stampatello, urlando nel silenzio di una cella che non deve essere la sua. Un grido inascoltato, ignorato. Un lenzuolo attaccato a una grata fredda e un addio che pesa come un macigno sulle coscienze di chi resta. Complice perché cieco. Un interrogativo appeso e una risposta che non cambierà i fatti: Valerio è morto. Di colpe e responsabilità ci sarà tempo di parlare, ora è il momento di chiedersi, invece, perché di carcere si muore. Ancora.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...